Cari lettori, Vi informiamo che l’Ansa ha ripreso nella sua home page di oggi i nostri post riguardanti Moro e il Pci nel 1978.
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| Legislatura: | X | Ramo: | SENATO |
| Tipo Atto: | INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE | Numero atto: | 3/00580 |
| Data presentazione: | 08/11/1988 | Seduta di presentazione: | 180 |
| Nominativo | Gruppo | |
| CORLEONE | FED. EUR. |
*ITER CONCLUSO*
08/11/1988 DIFESA
Ministero DIFESA
ABBINAMENTO (ATTO NON CAPOSTIPITE) (03/10/1989)
RISPOSTA DEL GOVERNO (03/10/1989)
ITER CONCLUSO (03/10/1989)
Iter: ABBINAMENTO (ATTO NON CAPOSTIPITE)
N.atto trasformato/abbinato (Data)
2003 (03/10/1989)
| Denominazione | Cognome | Gruppo | Organismo Istituzionale | Data evento |
|---|---|---|---|---|
| RISPOSTA GOVERNO | | MINISTERO DIFESA | 03/10/1989 | |
| REPLICA | | FED. EUR. | 03/10/1989 |
Risposta dal ministero DIFESA in data 03/10/1989
Classificazione concettuale
TRASPORTO AEREO
FORZE ARMATE
INFORTUNIO
AEREO
AEROPORTO MILITARE
AERONAUTICA MILITARE
ESERCITAZIONE MILITARE
01/11/1988
AEREO MILITARE
ARMA
ARMA NUCLEARE
COLLAUDO
Classificazione geopolitica e sigle
PRATICA MARE
POMEZIA
USTICA
ISOLA USTICA
ITAVIA
DC-9
AEROPORTO PRATICA MARE
NATO
TG1-SETTE
( 3/00580 )
18 Ottobre 2009 di casarrubea
Cari lettori, Vi informiamo che l’Ansa ha ripreso nella sua home page di oggi i nostri post riguardanti Moro e il Pci nel 1978.
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18 Ottobre 2009 di casarrubea
Presentiamo ai lettori del nostro blog una selezione delle traduzioni dei documenti britannici sul caso Moro, da noi ritrovati, desecretati dal Foreign Office nel gennaio di quest’anno e attualmente consultabili negli Archivi Nazionali di Kew Gardens e in parte presso l’Archivio Casarrubea di Partinico (PA).
Segnaliamo che sul tema si possono consultare su questo stesso blog due articoli postati nei giorni scorsi: “And now Moro” e “Sequestro Moro: le teste di cuoio inglesi”.
ARCHIVIO CASARRUBEA
PARTINICO (PA)
ALDO MORO
NEI DOCUMENTI DEGLI ARCHIVI NAZIONALI BRITANNICI
(KEW GARDENS)
1978
GIUSEPPE CASARRUBEA
MARIO J. CEREGHINO
***
DOCUMENTO KG E-4
DA DAVID OWEN (MINISTRO DEGLI ESTERI, LONDRA) A PETER JAY (AMBASCIATORE BRITANNICO A WASHINGTON), “LA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA” (TELEGRAMMA N. 76), ORE 11.23, 12 GENNAIO 1978, CONFIDENZIALE.
In data 11 gennaio, l’ambasciatore statunitense [a Londra] ci ha comunicato che il Dipartimento di Stato [Usa] ha recentemente inviato una serie di istruzioni alle sue sedi diplomatiche, chiedendo di riferire le opinioni dei governi europei sull’attuale situazione italiana. Brewster ha affermato che l’ambasciatore statunitense a Roma ha dipinto un quadro decisamente fosco. Brewster ignora i motivi della convocazione [a Washington] di Richard Gardner [ambasciatore Usa in Italia] per consultazioni. Tuttavia, alcune recenti informative diramate dallo stesso Gardner suggeriscono che il rischio di una partecipazione del Pci al governo [italiano] è ora maggiore. Inoltre, Gardner sembra particolarmente preoccupato dalla possibilità che si verifichi una grave ricaduta dell’ordine pubblico. Brewster ignora chi abbia messo in campo la circolare di Washington. A suo parere, potrebbe trattarsi di “qualcuno del National security council (Nsc)”.
Anche noi abbiamo chiesto al Dipartimento per l’Europa occidentale [del ministero degli Esteri britannico] una valutazione sull’Italia. Tuttavia, secondo Brewster, si tratta di una stima meno allarmistica di quella statunitense. Brewster ha apprezzato il commento apparso sul Financial Times dell’11 gennaio, sebbene non concordi con la tesi che l’attuale crisi di governo sia stata aperta intenzionalmente dal Pci. Nel descrivere le nostre opinioni sull’origine della crisi e sui suoi possibili sviluppi, egli ha trasmesso a Washington una copia delle nostre analisi [v. documento KG E-5, di seguito].
Abbiamo letto il tuo telegramma n. 131. […] Attendiamo ora i commenti del nostro ambasciatore a Roma [Alan Campbell].
*
DOCUMENTO KG E-5
DA DAVID OWEN (MINISTRO DEGLI ESTERI, LONDRA) A PETER JAY (AMBASCIATORE BRITANNICO A WASHINGTON), “L’ATTUALE SITUAZIONE ITALIANA” (TELEGRAMMA N. 77), ORE 11.23, 12 GENNAIO 1978, CONFIDENZIALE.
Ecco il testo da noi consegnato a Brewster: “[…] La posizione del Pci è ambivalente. In pubblico, ha ripetutamente chiesto un governo di emergenza nazionale, fedele all’idea del ‘Compromesso storico’. Tuttavia siamo convinti che, di fatto, i dirigenti comunisti non siano ansiosi di partecipare al governo. Essi temono sia le conseguenze interne sia quelle esterne di tale mossa in avanti. Preferiscono attendere che la situazione maturi lentamente, fino al punto in cui il loro ingresso nel governo si concretizzerà senza drammi. […] Le informazioni sulle attuali posizioni dei dirigenti del Pci provengono da fonti segrete.”
*
DOCUMENTO KG E-7
DA PETER JAY (AMBASCIATORE BRITANNICO A WASHINGTON) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “ITALIA” (TELEGRAMMA N. 131), 12 GENNAIO 1978, ORE 00.50, CONFIDENZIALE.
Questo pomeriggio, quando ho incontrato Brzezinski [consigliere per la Sicurezza nazionale Usa] per discutere la situazione in Medio oriente, egli ha preso l’iniziativa di parlare dell’Italia. Ha affermato che l’amministrazione Carter è sempre più preoccupata per il deteriorarsi della situazione. Di conseguenza, sta valutando la possibilità di mettere in campo una qualche azione per aiutare Andreotti.
Tuttavia, l’amministrazione si trova dinanzi a un dilemma: da una parte, non vuole essere vista come un elemento di interferenza negli affari interni italiani; dall’altra, non vuole dare l’impressione di essere indifferente alla prospettiva di una partecipazione comunista al governo italiano, lasciando che la situazione vada alla deriva. […].
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DOCUMENTO KG E-8
DA ALAN CAMPBELL (AMBASCIATORE BRITANNICO A ROMA) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “OPINIONI STATUNITENSI SULL’ITALIA” (TELEGRAMMA N. 18), 12 GENNAIO 1978, ORE 12.00, CONFIDENZIALE.
Penso che la preoccupazione americana sia esagerata. Al momento, non ritengo verosimile che elementi del Pci entrino nel governo italiano, sebbene esista la possibilità che il prossimo governo dipenda dai voti comunisti piuttosto che dalla loro astensione (come avviene ora). Tutto ciò sulla base di politiche più globali di quelle promosse nel luglio 1977. Sono sicuro che i democristiani non faranno concessioni al Pci, se non nei limiti del minimo necessario. Tuttavia, ritengo che piccole concessioni saranno necessarie e che queste non possano essere bloccate da pressioni internazioni di qualunque genere. […] Di conseguenza, tenendo in conto le relazioni anglo-italiane, sarei contrario a sostenere gli americani in ulteriori dichiarazioni. Tuttavia, mi rendo conto che vi sono anche questioni che riguardano i rapporti anglo-statunitensi.
*
DOCUMENTO KG E-9
DA DAVID OWEN (MINISTRO DEGLI ESTERI, LONDRA) A PETER JAY (AMBASCIATORE BRITANNICO A WASHINGTON), TITOLO: “TELEGRAMMA N. 18 DA ROMA” (TELEGRAMMA N. 86), 12 GENNAIO 1978, ORE 18.48, CONFIDENZIALE.
1. Concordo con le valutazioni contenute nel telegramma n. 18 da Roma. Di conseguenza – sulla base degli argomenti enunciati nel suddetto telegramma – spiega per piacere a Brzezinski che non ritengo vantaggioso per la Gran Bretagna rilasciare una dichiarazione secondo le linee che egli sembra avere in mente. […].
*
DOCUMENTO KG E-10
DA PETER JAY (AMBASCIATORE BRITANNICO A WASHINGTON) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “TELEGRAMMA N. 86” (TELEGRAMMA N. 140), 12 GENNAIO 1978, ORE 22.10, CONFIDENZIALE.
Ho trasmesso a Bob Hunter (Nsc) le spiegazioni contenute nel paragrafo 1 del tuo telegramma [v. KG E-9]. […] Hunter ha affermato che la decisione di emettere il comunicato statunitense era da intendersi come un “ultimatum” [all’Italia]. Tuttavia, considerata l’attenzione sollevata dalla questione dell’atteggiamento americano, si è deciso di emettere il comunicato attribuendo grande importanza al tema della non ingerenza negli affari interni dell’Italia. […].
*
DOCUMENTO KG E-11
DA PETER JAY (AMBASCIATORE BRITANNICO A WASHINGTON) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “IL MIO TELEGRAMMA N. 140: ITALIA” (TELEGRAMMA N. 141), 12 GENNAIO 1978, ORE 22.55, CONFIDENZIALE.
Il presidente Carter non ha (lo ripeto: non ha) fatto cenno alla situazione italiana durante la sua conferenza stampa. Nelle ore precedenti, il portavoce del Dipartimento di Stato aveva rilasciato la seguente dichiarazione: “La visita a Washington dell’ambasciatore statunitense in Italia, Richard Gardner, ha fornito l’occasione per un giro d’orizzonte sulle nostre politiche assieme ai nostri funzionari. Non vi è alcun cambiamento nell’atteggiamento dell’amministrazione nei confronti dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso il Pci, sebbene i recenti sviluppi in Italia abbiano aumentato il livello delle nostre preoccupazioni. […] I nostri alleati nell’Europa occidentale sono paesi sovrani e, giustamente, la decisione su come devono essere governati spetta soltanto ai loro cittadini. Al contempo, tuttavia, noi abbiamo l’obbligo di esprimere chiaramente le nostre opinioni ai nostri amici e alleati. […] La nostra posizione è chiara: noi non favoriamo la partecipazione dei comunisti ai governi dell’Europa occidentale e vorremmo vedere ridotta la loro influenza in questi paesi”. […].
*
DOCUMENTO KG E-16
DA MICHAEL PALLISER (FCO, LONDRA) A PETER JAY (AMBASCIATORE BRITANNICO A WASHINGTON), 18 GENNAIO 1978, CONFIDENZIALE.
[…] E’ possibile che Brzezinski sia stato spinto – più velocemente di quanto egli stesso pensasse – dalle attività e dalle informative dell’ambasciata americana di Roma. Sembra che siano stati Brzezinski e il suo staff dell’Nsc a condurre l’operazione, non il Dipartimento di Stato (questa è certamente l’opinione di Brewster). Inoltre, sarebbe interessante sapere se George Vest e Cyrus Vance [segretario di Stato Usa] sono i responsabili dell’“ultimatum” messo in campo da Hunter. […].
*
DOCUMENTO KG E-17
DA M. E. PIKE (AMBASCIATA BRITANNICA A WASHINGTON) A DAVID GOODALL (FCO, LONDRA) E, PER CONOSCENZA, ALLE AMBASCIATE DI ROMA, BONN, PARIGI, BRUXELLES E ALLE DELEGAZIONI BRITANNICHE PRESSO LA NATO E LA CEE, TITOLO: “TELEGRAMMA DA WASHINGTON N. 140: DICHIARAZIONE AMERICANA SULLA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA”, 23 GENNAIO 1978, SEGRETO.
1. Ecco alcuni commenti sulla decisione americana di diramare un comunicato sulla situazione politica italiana.
2. Tutto indica che la presa di posizione americana non è stata premeditata. Come sai, negli ultimi mesi l’amministrazione Carter ha fatto del suo meglio per evitare dichiarazioni pubbliche sulla situazione politica italiana, che avrebbero provocato accuse secondo le quali il governo Usa stava riesumando l’abitudine di Kissinger di “interferire”. Ciò avrebbe fornito al Pci un’arma con cui dare addosso alla Dc e agli stessi americani.
3. Tuttavia, i cupi rapporti romani redatti da Richard Gardner hanno creato un clima di depressione nella stessa amministrazione Carter in relazione alla situazione italiana. Anche i resoconti della stampa, terribilmente apocalittici, devono aver sortito un qualche effetto. L’idea di mettere in campo un’operazione segreta per frantumare il Pci è stata certamente una delle opzioni prese in considerazione durante gli incontri di alto livello [svoltisi a Washington], ai quali Gardner era presente. Ma fonti autorevoli ci hanno comunicato che tale idea è stata scartata. Il Dipartimento di Stato si è espresso contro. E non vi sono prove che le altre agenzie governative fossero entusiaste del piano.
4. Dal momento che non sembravano esserci vie praticabili per influenzare la situazione italiana in maniera diretta, l’amministrazione Carter ha probabilmente concluso che l’unica opzione rimasta fosse quella di rilasciare una dichiarazione che esprimesse il disagio americano. Un’attenta lettura del testo illustra fino a che punto si è inasprito l’atteggiamento dell’amministrazione Carter nei confronti della partecipazione del Pci al governo italiano, a partire dalla metà del 1977. Non vi è dubbio che la decisione di diramare un comunicato relativamente duro rifletteva le vedute dell’Nsc, secondo le quali un qualche contentino andava offerto alla cosiddetta lobby italiana del Congresso degli Stati Uniti (con alla testa il deputato Rodino), che recentemente ha apertamente espresso le sue preoccupazioni sul possibile ingresso del Pci nel governo. Bob Hunter (Nsc) ci ha confidato che l’amministrazione Carter sentiva il bisogno di difendersi dalle accuse politiche della destra americana, secondo le quali il governo si mostrava eccessivamente compiacente nei confronti dell’“avanzata comunista” nell’Europa occidentale.
5. Al Dipartimento di Stato non ci si illude sull’efficacia della dichiarazione [del 12 gennaio]. Sospetto che molti veterani la considerino un gesto inutile oppure un atto di disperazione (o entrambi) e, in ogni caso, inadeguata a imprimere un cambiamento reale al corso degli eventi in Italia. La scorsa settimana, quando John Robinson ha sollevato la questione con George Vest, questi si è scusato per il modo in cui l’intera faccenda è stata gestita: sembrava decisamente scontento della dichiarazione. Ma il problema rimane. Che cosa può effettivamente fare l’amministrazione Carter per aiutare Andreotti? Molto poco. […].
6. Almeno per ora, sembra sia da escludere anche un’operazione segreta [striscia nera a nascondere due righe del testo in inglese]. Da un punto di vista politico più generale, le difficoltà associate ad azioni di questo tipo non hanno bisogno di essere enfatizzate. Inoltre, qualsiasi proposta di operazione segreta dovrebbe essere esaminata da almeno otto commissioni del Congresso degli Stati Uniti. Di conseguenza, la possibilità di mantenerla segreta sarebbe minima. Se si verificasse una fuga di notizie, anche in maniera confusa, le reazioni sarebbero feroci e dannose, sia qui sia in Italia. Infine, da nessuna fonte si evincono pressioni sull’amministrazione Carter perché ci si muova in tale direzione. Al contrario, qui ci si rende ben conto – anche tra i “falchi” – che attività di questo genere in un paese membro della Nato producono effetti scarsi, e che possono ritorcersi contro i loro artefici.
7. Malgrado le difficoltà, nei mesi avvenire l’amministrazione Carter continuerà certamente a cercare il modo di far pesare in maniera attiva l’influenza americana. Ma le buone idee scarseggiano. Se la situazione italiana dovesse ulteriormente deteriorarsi, gli americani potrebbero essere costretti a divulgare nuove, preoccupate dichiarazioni nonché potenzialmente dannose. E’ improbabile comunque che tali prese di posizione, anche se redatte con parole ferme, siano in grado di soddisfare la “lobby italiana” al Congresso degli Stati Uniti e la destra politica americana. Ma le critiche provenienti da questi ambienti finiranno inevitabilmente per affrontare la seguente domanda: “Avete di meglio da suggerire?”. Al momento, la risposta può essere soltanto una: “No”.
*
DOCUMENTO KG E-27
DA ALAN CAMPBELL (AMBASCIATORE BRITANNICO A ROMA) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “RAPIMENTO DI ALDO MORO” (TELEGRAMMA N. 159), 16 MARZO 1978, ORE 09.45, RISERVATO.
Il presidente della Dc, Aldo Moro, è stato rapito in Roma alle ore 8.15 di questa mattina mentre si dirigeva in automobile al suo ufficio. Quattro membri della sua scorta sono rimasti uccisi, un quinto versa in gravi condizioni. Le cosiddette “Brigate rosse” si sono assunte la responsabilità del rapimento. […].
*
DOCUMENTO KG E-31
DA ALAN CAMPBELL (AMBASCIATORE BRITANNICO A ROMA) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “TELEGRAMMA N. 159: RAPIMENTO DI ALDO MORO” (TELEGRAMMA N. 161), 17 MARZO 1978, ORE 08.00, SEGRETO.
*
DOCUMENTO KG E-33/A
DA ALAN CAMPBELL (AMBASCIATORE BRITANNICO A ROMA) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “TELEGRAMMA N. 161: RAPIMENTO DI ALDO MORO” (TELEGRAMMA N. 163), 17 MARZO 1978, ORE 12.10, SEGRETO.
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DOCUMENTO KG E-33/B
DA M. R. MORLAND (DIPARTIMENTO DELLA MARINA E DELL’AVIAZIONE, AMBASCIATA BRITANNICA, ROMA) A MR. PRENDERGAST (FCO, LONDRA), TITOLO: “RAPIMENTO DEL SIGNOR MORO”, 17 MARZO 1978, SEGRETO.
La notizia dell’arrivo a Roma di istruttori britannici e tedeschi (teste di cuoio) viene riportata dal quotidiano ‘Il Tempo’ il 20 marzo 1978, il 21 da altri quotidiani. Il governo inglese si limita a rilasciare la breve dichiarazione sopra riportata.
*
DOCUMENTO KG E-40
DA ALAN CAMPBELL (AMBASCIATORE BRITANNICO A ROMA) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “LA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA”, 28 MARZO 1978, CONFIDENZIALE.
[…] Mr. Gardner ha affrontato il tema del rapimento del signor Moro. Ha affermato che vi sono due scuole di pensiero all’ambasciata americana, in rapporto alle conseguenze politiche di questo evento. Da una parte, alcuni ritengono che la fotografia di Moro con alle spalle la bandiera delle Brigate rosse, sommata alla totale incompetenza da parte delle autorità, getta discredito sullo Stato e aiuta i comunisti. Dall’altra, vi sono quelli che affermano che il rapimento è da interpretare come un duro colpo sia contro la Dc sia contro il Pci. […].
*
DOCUMENTO KG E-47
DA G. A. CROSSLEY (AMBASCIATORE BRITANNICO PRESSO LA SANTA SEDE, ROMA) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “INCONTRO CON MONSIGNOR SILVESTRINI”, 14 APRILE 1978, CONFIDENZIALE.
[…] In risposta ad una mia domanda, monsignor Silvestrini [segretario di Stato vicario della Santa Sede] ha affermato che il Vaticano non è in possesso di alcuna informazione segreta su Moro.
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DOCUMENTO KG E-51
DA G. A. CROSSLEY (AMBASCIATORE BRITANNICO PRESSO LA SANTA SEDE, ROMA) A DAVID GOODALL (FCO, LONDRA), TITOLO: “ALDO MORO”, 19 APRILE 1978, CONFIDENZIALE.
[…] Lo scorso 25 marzo, l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede [marchese Montezemolo] mi ha confidato di avere motivi per ritenere che l’arcivescovo di Torino stia tentando di muoversi dietro le quinte in relazione al rapimento di Moro. […].
*
DOCUMENTO KG E-58
DA G. A. CROSSLEY (AMBASCIATORE BRITANNICO PRESSO LA SANTA SEDE, ROMA) ALL’FCO (LONDRA), TITOLO: “INCONTRO DEGLI AMBASCIATORI DELLA CEE PRESSO LA SANTA SEDE”, 4 MAGGIO 1978, CONFIDENZIALE (UK EYES).
[…] Secondo l’ambasciatore italiano [marchese Montezemolo], risulta evidente dalle lettere inviate che Moro è condizionato dalla prigionia, indubbiamente dalla solitudine e, forse, dalle condizioni di detenzione. Tuttavia, dalle missive non si evince che sia stato narcotizzato. […] Io ho commentato che l’arcivescovo Caprio mi ha riferito che il Vaticano non è in possesso di informazioni segrete su Moro e di non essere in contatto con le Brigate rosse. La questione riguarda le autorità italiane. Il Vaticano non può andare oltre gli appelli umanitari del papa e la disponibilità della Caritas a fornire ogni possibile aiuto. Tuttavia, secondo Caprio, i terroristi non hanno stabilito alcun contatto con la Caritas (la cosa mi è stata comunicata dall’arcivescovo il 27 aprile scorso). […].
15 Ottobre 2009 di casarrubea
Il 16 marzo 1978, alle ore 9.45, con un telegramma riservato, l’ambasciatore britannico a Roma Campbell avvisa Londra che Moro è stato rapito, poco più di un’ora prima. Si stava recando in macchina alla Camera dei Deputati dove, quella stessa mattina, sarebbe nato il primo governo della storia della Repubblica a partecipazione indiretta del Pci. Ossia la celebre “non sfiducia”, un primo importante passo verso la realizzazione dell’idea del compromesso storico tra comunisti e cattolici. E’ quanto emerge da questo e da altri documenti da noi ritrovati negli archivi nazionali di Kew Gardens. Carte rese pubbliche qualche mese fa.
Nell’attacco al presidente, avvenuto in via Fani, con una tecnica chirurgica da commando militare molto simile a quella utilizzata dalla Delta Force statunitense, questi strani brigatisti, armati di mitragliette Skorpion, riescono in trenta secondi ad uccidere i cinque membri della scorta e a sequestrare, illeso, lo statista pugliese.
Il telegramma ha una qualche espressione sibillina. Non afferma, ad esempio, in modo categorico che la responsabilità di quell’operazione è delle Brigate rosse, come faranno tutti i media italiani da quel minuto in poi, ma utilizza l’espressione “le cosiddette Br”, uscita forse freudianamente dalla mente di Campbell.
Che questa tragedia durata 55 giorni abbia come protagoniste le Br, è fuori discussione. Ma la domanda che forse Campbell si pone fin dall’inizio è: – chi manovra i terroristi? E soprattutto, da chi sono infiltrati?
*
Il governo italiano e tutte le forze politiche democratiche entrano in uno stato di smarrimento e confusione. A mobilitarsi è soprattutto il ministero dell’Interno presieduto dall’onorevole Francesco Cossiga. Migliaia di posti di blocco di polizia e carabinieri vengono allestiti a tamburo battente da Bolzano a Trapani, senza alcun piano strategico.
Ma quello stesso giorno Campbell scrive:
“Squillante, capo di gabinetto di Cossiga, parlando su istruzioni di quest’ultimo, ha telefonato a Mcmillan (primo segretario d’ambasciata) nella tarda serata del 16 marzo. Voleva assicurarsi che il governo di Sua Maestà fosse in grado di fornire assistenza tecnica (basata sulla nostra esperienza nell’Ulster) in relazione al rapimento del signor Moro. In questa fase – precisa Campbell – Squillante ha escluso ogni richiesta di assistenza paramilitare”. E aggiunge:
“In considerazione del messaggio del primo ministro [Jim Callaghan, laburista] contenuto nel telegramma n. 60 del Ministero degli Esteri britannico e delle nostre precedenti offerte di aiuto a Cossiga, Mcmillan ha affermato di non intravedere difficoltà di sorta. Tuttavia, in linea di principio, sarei lieto – conclude Campbell – di potermi impegnare il prima possibile con il signor Cossiga”.
*
Il 17 marzo, di buon mattino, Squillante convoca Macmillan al Viminale per un colloquio segretissimo con l’ammiraglio Celio, responsabile dei Corpi speciali italiani. Scrive Campbell:
“Celio ha affermato che gli italiani ci sarebbero grati se potessimo fornire immediatamente (cioè oggi) un istruttore delle Sas, [Special Air Service, i commandos inglesi] con particolare esperienza nell’affrontare uno stato di assedio (ossia, nel caso fosse localizzato il nascondiglio di Moro e dei suoi rapitori). Inoltre, gli itaniani hanno richiesto una ventina di bombe [stamp bombs], del tipo cioè utilizzato a Mogadiscio”.
*
Il riferimento alla capitale della Somalia non è casuale. Qualche mese prima le teste di cuoio della Repubblica federale tedesca, hanno liberato con un colpo di mano i passeggeri di un volo Lufthansa sequestrato dalla Raf (Frazione dell’armata rossa), il gruppo terroristico più pericoloso in Europa. I commandos tedeschi, prima del blitz, hanno fatto saltare i portelloni dell’aereo con le stamp bombs.
*
Che fretta hanno Cossiga, Celio e Squillante di convocare ad appena ventiquattro ore dal rapimento, i diplomatici di una potenza straniera? E’ evidente che Cossiga si fida più degli inglesi che dei suoi connazionali e colleghi di partito. In ogni modo anche le pietre sanno che Moro o si salva subito o mai più. I più accorti sono certi inoltre che l’operazione da mettere in campo è di estrema difficoltà e richiede competenze da apparati militari inesistenti in Italia. Corpi abituati ad operare in stato di guerra. E’ pensabile che una mobilitazione di forze speciali di tale livello non sia fondata su informazioni sicure.? Moro è forse prigioniero all’interno di un bunker inaccessibile? E’ rinchiuso dentro una struttura a sua volta inclusa in un‘area militare off limits?
*
L’ammiraglio Celio ha talmente fretta che propone a Macmillan di “inviare immediatamente un aereo italiano a Londra per prelevare l’istruttore e il materiale esplosivo”.
*
Poche ore dopo, la richiesta italiana viene accolta. La notizia è data da Morland, addetto militare della Marina e dell’Aviazione dell’ambasciata di Sua Maestà, a Roma. Quella stessa notte del 17 marzo, gli inglesi inviano due istruttori e venti cariche esplosive (stun grenades). Il via libera viene dai ministeri britannici della Difesa e dell’Interno e dal premier Jim Callaghan in persona.
*
Perchè l’operazione fallisce? Chi impedisce l’ attuazione del blitz? Questa è la vera questione. Tutto il resto, fino al ritrovamento del cadavere dello statista in via Caetani, non sarà altro che una colossale e snervante messa in scena.
Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino
Tutti i documenti cui si fa riferimento in questo articolo si trovano presso il nostro Archivio.
Per vedere un filmato della BBC sullo Special Air Service britannico, clicca qui sotto.
lo Special Air Service britannico
Ulisse è un testimone di giustizia ed è uno dei nostri soci onorari dal 2001. Lui e sua moglie sono vittime di un gesto normale. Di loro non si parla. Da anni lo facciamo noi e ringraziamo Pietro Orsatti che quando gli abbiamo segnalato la storia non ha esitato a raccoglierne la voce così come fece Gabriele Masiero nel 2002.
I camorristi accusati da Ulisse e dalla moglie stanno uscendo di galera, ma Ulisse e sua moglie non sono protetti. I loro figli non sanno che i loro genitori sono testimoni...
Nei prossimi giorni partirà una richiesta alla DDA di Napoli con le stesse motivazioni di Piera Aiello [quelli inerenti la sicurezza]. Se sarà necessario li accompagneremo noi, con le nostre macchine. Se sarà necesarrio li accompagneremo con Piera Aiello.
Associazione Antimafie "Rita Atria"
Nome in codice Ulisse
Assiste a un omicidio e denuncia l'accaduto. Riconosce l'assassino e lo fa condannare. E inizia un calvario di 18 anni: senza adeguata protezione, senza aiuti, spesso confuso con un pentito, con un ex criminale
di Pietro Orsatti
A prima vista potrebbe sembrare la sceneggiatura di un film con Harrison Ford. Non lo è. È invece una storia tutta italiana, profondamente italiana, dove il "senso civico" di un cittadino si rivolta contro distruggendogli la vita. È il caso di un testimone di giustizia. Nome in codice Ulisse. «Nel Novanta io e mia moglie assistemmo per puro caso a un omicidio - racconta a left - tentammo addirittura di scongiurarlo e intervenire -. Ulisse tentò perfino di investire il killer che inseguiva la vittima - ma non essendoci riusciti ci recammo immediatamente dai Carabinieri per offrire la nostra testimonianza. Nessuno è venuto a chiedercela. Siamo stati noi». Ulisse scandisce con attenzione le parole. Vuole chiarire che lui è un "testimone" non un "collaboratore". «Testimone è un cittadino che assistendo a un fatto delittuoso si rivolge spontaneamente alla magistratura - spiega -. Un collaboratore, un pentito, è altro. Oggi siamo 71, a fronte di quasi un migliaio di pentiti». Ulisse e la moglie assistono al delitto dallo specchietto retrovisore. Il killer esplode più colpi contro la vittima in una stazione di servizio sulla tangenziale di Napoli.
Già durante il processo, conclusosi con una condanna all'ergastolo del killer che risultò essere anche a capo di una cosca della camorra Ulisse e i suoi rimangono "scoperti". La giustizia va avanti, ma la macchina amministrativa si inceppa. La protezione è infatti minima: «Tre o quattro volte al giorno passava una macchina dei Carabinieri a vedere solo se eravamo vivi. Siamo andati a testimoniare al processo così. Con il nostro nome, senza cambiare città o identità». E intanto minacce, scritte e dirette, perfino attraverso un vigile urbano (poi condannato) come postino della camorra.
Questo stato di assoluta esposizione prosegue fino al processo d'appello. È qui che scatta la protezione, provvisoria, e la famiglia è costretta a fuggire dalla propria vita. «Con l'avvicinarsi del processo d'appello le minacce sono diventate sempre più pesanti. Solo allora gli inquirenti si sono spaventati. Ma non per noi, ma per il fatto che credevano che potessimo ritrattare. Cosa che non è avvenuta. Il 28 gennaio del 1994, pochi giorni prima dell'appello, ci portarono via». La famiglia lascia precipitosamente la propria casa, abbandonando lavoro, amici, parenti, tutto. «Mi diedero una pistola – racconta – mi fecero prendere rapidamente il porto d'armi, e poi via». La domanda è inevitabile: se c'era tutto questo rischio perché Ulisse e i suoi non sono stati messi sotto protezione negli anni precedenti? La risposta non c'è.
«Ci dissero che per un paio di settimane saremmo stati ospitati in una struttura alberghiera e poi ci sarebbe stata fornita casa. Sono trascorsi quattro mesi in un albergo, una stanza con due figli piccoli. Albergo normalmente usato per i pentiti. E chiaramente eravamo confusi con i pentiti. Il personale dell'albergo ci guardava strano. Eravamo in programma provvisorio di protezione, in attesa che scattasse il programma definitivo. A gennaio dell'anno successivo mi chiesero di sottoscrivere il documento per la richiesta del protocollo definitivo. Rimasi a bocca aperta. Era lo stesso che usavano per i pentiti, anche perché allora non si faceva alcuna differenza fra noi e loro. Al primo punto mi dovevo impegnare a non commettere più reati. Ma siamo impazziti?». Essere confuso con un ex criminale per Ulisse è un colpo davvero terribile. Lui è un cittadino incensurato testimone di un delitto, non un delinquente che collabora con la giustizia in cambio di protezione e di alleggerimenti della pena. Eppure è costretto a firmare. Ma non serve a nulla. La domanda di protezione definitiva viene respinta, nonostante il rischio rimanga elevatissimo (come confermato dalla magistratura). «Ho subito pressioni - racconta - perché abbandonassi immediatamente la casa. Usarono anche la non tanto velata minaccia di rivolgersi al mio datore di lavoro di allora per far decadere il contratto. Lo hanno fatto per scritto, come da documentazione che ho consegnato alla magistratura. Ho tutte le carte».
Da questo punto della storia, il cittadino che ha aiutato per solo senso civico lo Stato a imprigionare e processare un assassino si trasforma in vittima della burocrazia statale. Solo nel 2001 lo status di "testimone" viene scisso da quello di "collaboratore", ma i funzionari del Servizio centrale di protezione, a quanto risulta, sono sempre gli stessi. Inamovibili, sono loro a gestire la protezione, a determinarne i modi, a verificarne l'idoneità. Alle dipendenze dirette di uno dei sottosegretari del ministero degli Interni. Per la seconda volta questo ruolo lo ricopre oggi Alfredo Mantovano, sempre in un governo Berlusconi. Da allora a oggi le cose non sembrano essere cambiate.
Ulisse riesce a rimanere solo per un breve periodo in "provvisoria", poi perde ogni copertura e aiuto. Non può tornare nella sua città, non ha più il suo lavoro come del resto sua moglie che nel frattempo si è anche ammalata. Non ha una nuova identità e quindi rischia continuamente di essere rintracciato. Svende le poche proprietà, si costruisce da sé una nuova vita e una copertura. E, chiaramente, fa causa allo Stato per riavere ciò che lo Stato gli ha tolto. Oggi aspetta una sentenza, prevista fra poche settimane, ed è l'unico dei tanti testimoni che hanno subito lo stesso percorso che stia arrivando finalmente a un chiarimento. Dopo diciotto anni. Molti degli altri 71 testimoni sono ancora in mezzo al limbo burocratico, senza copertura, senza sicurezza, senza aiuti adeguati. «Tutti in un modo o nell'altro - conclude indignato - siamo stati bastonati dalle istituzioni. E quasi tutti abbiamo cercato protezione nei politici, che il più delle volte ti chiudono la porta in faccia, e di brutto. Quando trovi qualcuno che apre, che ti ascolta, che cerca di aiutarti, diventa il punto di riferimento. Così ci siamo conosciuti fra noi. Siamo stati costretti a chiedere aiuto alle stesse persone. Alla faccia della sicurezza e dell'anonimato».
Oggi Ulisse aspetta giustizia da chi ha aiutato a fare giustizia. Ed è un fortunato. C'è anche chi, come l'imprenditore Domenico Noviello di Castelvolturno, sempre in Campania, ha denunciato il racket della camorra, ha testimoniato, ha fatto condannare dei criminali e poi, dopo tre anni, si è visto sospesa la protezione. Per poi essere ucciso il 16 maggio per strada. Lo Stato se l'è cavata con una corona di fiori.